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Blogger di guerra

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mercoledì, novembre 04, 2009

IV novembre - festa della vittoria


Non far la nanna cocco bello


perché dura 'sto macello.


Dai un'occhiata.



 
martedì, novembre 03, 2009



Con preghiera di massima diffusione,


U.S. Citizens for Peace and Justice - Rome


info@peaceandjustice.it www.peaceandjustice.it


 



 


COMUNICATO STAMPA


del Patto Permanente contro la Guerra


 

 


MERCOLEDI 4 NOVEMBRE GIORNATA DI  MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO LA GUERRA, PER IL RITIRO DELLE TRUPPE DALL’AFGHANISTAN E IL TAGLIO DELLE SPESE MILITARI.


 INIZIATIVE si svolgeranno a TORINO, GENOVA, NOVARA, VICENZA,  TRIESTE, BOLOGNA, FIRENZE, PISA, LIVORNO, ROMA, TARANTO, NAPOLI, CATANIA.


 


A ROMA, DALLE ORE 15.00 ALLE 19 INIZIATIVA A PIAZZA NAVONA



CON PRESIDIO INFORMATIVO, COMIZI VOLANTI, VOLANTINAGGIO, MOSTRE


MUSICA E PAROLE


(partecipano Un ponte per..., Statunitensi per la pace e la giustizia, le reti Disarmiamoli e Semprecontrolaguerra e le organizzazioni del Patto permanente controlaguerra)


 



  


Il consiglio dei ministri ha appena votato il rifinanziamento delle missioni militari all’estero compresa quella dell’Afghanistan, e il ministro della guerra La Russa prevede che le truppe italiane resteranno in Afghanistan per altri 5 anni.


A otto anni dall’inizio dei bombardamenti su Kabul, la resistenza all’occupazione si è notevolmente rafforzata mettendo in crisi gli obiettivi politici e militari della Nato e delle potenze occidentali alleate degli Usa. Le recenti elezioni presidenziali si sono rivelate una farsa con un milione di schede annullate su 5 milioni di votanti,  e la commedia del voto continuerà con il ballottaggio tra Karzai e Abdullah fissato per il 7 novembre prossimo.


Intanto sono circa 40.000 i morti civili che nessuno commemora, e dal 2001 ad oggi c’è stata una progressiva crescita, anno dopo anno, dei soldati stranieri morti.


Nell’opinione pubblica internazionale è cresciuta la convinzione che la cosa giusta da fare è porre fine alla guerra.


 


Il 4 Novembre – festa delle forze armate e della retorica militarista – giornata di mobilitazione nazionale per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, il taglio delle spese militari, per non dimenticare le centinaia di migliaia di civili ignoti morti in Afghanistan, Iraq, Palestina, effetti non collaterali  della guerra di cui siamo complici.


 


Patto Permanente contro la Guerra


info: Roberto Luchetti (3381028120); Nella Ginatempo (3772110687)








 
domenica, novembre 01, 2009
Cittadini statunitensi per la pace e la giustizia e Un ponte per...invitano ad un incontro per sapere di più sulla base militare statunitense più strategica e più segreta del pianeta: 



L'isola della vergogna



DIEGO GARCIA:



La base militare statunitense più strategica e più segreta del pianeta



Incontro con il professore David Vine, autore del libro "Island of Shame: The Secret History of the U.S. Military Base on Diego Garcia"



11 novembre 2009 ore 18.00



Roma, Casa dei Diritti



via dei Mille, 6 (zona Stazione Termini)



 Al centro dell'Oceano Indiano, 1600 km dalla terraferma, la base statunitense di Diego Garcia rappresenta un punto strategico per le guerre in Iraq e Afghanistan, per la rete dei "siti neri" della CIA e per il dominio delle risorse petrolifere mediorientali.

Ma la piccola isola, un resto dell'impero britannico, ha una storia triste e poco conosciuta. Negli anni '60 e '70, i governi statunitense e britannico, al fine di creare la base, hanno cospirato e rimosso con la forza la popolazione indigena dei Chagos.

David Vine, professore all'American University di Washington, per 8 anni ha condotto ricerche sulla storia nascosta della base "top secret". Parlerà dei Chagos e delle menzogne che hanno portato alla loro espulsione forzata, dell'uso della base nelle guerre in corso, della rete delle basi statunitensi all'estero e dei costi umani dell'impero.

Statunitensi per la pace e la giustizia – Roma





Un ponte per…



 
domenica, ottobre 25, 2009
Visto che l'opposizione non lo fa, le dimissioni di Berlusconi le chiede il popolo della rete!
Su FB superati i 100.000 iscritti!
E continuano a crescere!!
Yo !





 
mercoledì, ottobre 21, 2009

Chiedi la sospensione dell'accordo militare Israele-Italia 

30 marzo: Giornata della terra in Palestina Giornata globale di azione nel mondo

L'art. 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra. La legge 185 vieta la fornitura di armi a paesi belligeranti. Mandiamo una valanga di mail per esigere la sospensione dell'accordo di cooperazione militare Italia-Israele!


Con un clic, invia un email ai Ministri della Difesa e degli Affari Esteri, ai Presidenti di Camera e Senato e ai Presidenti delle Commissioni Difesa e Affari Esteri.


L'accordo va sospeso finché la politica israeliana non rispetterà le libertà fondamentali e i diritti umani della popolazione palestinese; finché violerà il diritto internazionale e finché non avvierà realmente una politica di pace!


Link



 

Appello Internazionale per la Gaza Freedom March


L'assedio israeliano di Gaza è una flagrante violazione del diritto internazionale che ha portato alla sofferenza di massa. Gli Stati Uniti, l'Unione Europea, e il resto della comunità internazionale sono complici.


La legge è chiara. La coscienza dell'umanità è scossa. Eppure, l'assedio di Gaza continua. È giunto il momento di agire! Il 31 dicembre 2009 concluderemo l'anno marciando al fianco del popolo palestinese di Gaza in una manifestazione nonviolenta per rompere il blocco illegale.


Il nostro scopo in questa marcia è rompere l'assedio di Gaza. Chiediamo che Israele ponga fine al blocco. Chiediamo anche all'Egitto di aprire la frontiera di Gaza a Rafah. I palestinesi devono avere la libertà di viaggiare per motivi di studio, di lavoro, e di cura e anche di ricevere visitatori provenienti dall'estero.


Essendo noi una coalizione internazionale, non spetta a noi sostenere una soluzione politica specifica a questo conflitto. Eppure la fiducia nella nostra comune umanità ci spinge a chiedere a tutte le parti di rispettare e sostenere il diritto internazionale e i diritti umani fondamentali per porre fine all'occupazione militare israeliana dei territori palestinesi del 1967 e per perseguire una pace giusta e duratura.


La marcia potrà avere successo soltanto se risveglierà la coscienza dell'umanità.


Vi invitiamo tutti ad unirsi a noi.


La Coalizione internazionale per la fine dell'assedio illegale di Gaza




http://www.actionforpeace.org/index.php/Iniziative/Marcia-per-Gaza.html



 
sabato, ottobre 17, 2009


Per Gaza





















 
sabato, settembre 12, 2009

Nel mondo sono in corso 25 conflitti.


Il quadro della situazione all'inizio del 2009


MEDIO ORIENTE

1. Iraq 135.000 morti dal 2003

2. Israele-Palestina 7.000 morti dal 2000

3. Turchia (Kurdistan) 41.200 morti dal 1984


ASIA

4. Afghanistan 38.500 morti dal 2001

5. Pakistan (Pashtunistan) 12.000 dal 2004

6. Pakistan (Balucistan) 1.300 morti dal 2004

7. India (Kashmir) 65.500 morti dal 1989

8. India (Assam) 51.800 morti dal 1979

9. India (Naxaliti) 7.200 morti dal 1980

10. Sri Lanka 83.000 morti dal 1983

11. Birmania (Karen) 30.000 morti dal 1948

12. Thailandia (Pattani) 3.500 morti dal 2004

13. Filippine (Npa) 40.500 morti dal 1969

14. Filippine (Mindanao) 71.000 morti dal 1984


AFRICA

15. Somalia 7.400 morti dal 2006

16. Etiopia (Ogaden) 4.000 morti dal 1994

17. R.D.Congo (Kivu) 6.000 morti dal 2004

18. Uganda 100.000 morti dal 1987

19. Sudan (Darfur) 301.200 morti dal 2003

20. Rep.Centrafricana 2.000 morti dal 2003

21. Ciad 2.000 morti dal 2005

22. Nigeria (Delta) 14.800 morti dal 1994

23. Algeria 150.500 morti dal 1992


EUROPA

24. Russia (Cecenia) 50 mila morti dal 1999


AMERICA LATINA

25. Colombia 300.250 morti dal 1964


Fonte



 



 
martedì, settembre 08, 2009
8 settembre 1943


Il dramma dell’esercito italiano scoppia alle 19,45 dell’8 settembre 1943, quando la radio italiana divuiga il messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava che l’italia ha “chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate” e che la richiesta è stata accolta. Il dramma si trasforma nel giro di poche ore in tragedia per centinaia di migliaia di soldati abbandonati a se stessi nell’ora forse più tragica dall’inizio della guerra.



Le forze presenti sulla penisola e in Sardegna ammontano a un totale di circa 1.090.000 uomini (10 divisioni nell’italia settentrionale, 7 al centro e 4 al sud della penisola e altre 4 in Sardegna), contro circa 400.000 soldati delle unità tedesche; ma mentre queste ultime sono perfettamente efficienti e fortemente dotate di mezzi corazzati, l’esercito italiano è uno strumento bellico estremamente debole(di questo sono convinti anche allo Stato Maggiore, che infatti considera le truppe italiane sconfitte in partenza), con una buona metà delle divisioni del tutto inefficienti, scarsamente dotate di mezzi corazzati e male armate. A queste forze, numericamente notevoli, vanno sommate le unità italiane dislocate nei vari settori fuori dei confini metropolitani: 230 mila uomini in Francia (e Corsica), 300 mila circa in Slovenia, Dalmazia, Croazia, Montenegro e Bocche di Cattaro, più di 100 mila in Albania e circa 260 mila soldati in Grecia e nelle isole dell’Egeo: in totale 900 mila uomini circa, in teoria una forza formidabile, ma solo in teoria. In realtà si tratta di un esercito assolutamente inadeguato ai tempi, su cui non si può in alcun modo fare affidamento. Se a questa situazione si aggiunge, in quel fatidico 8 settembre, l’assoluta mancanza di direttive da parte dei responsabili della macchina da guerra italiana (e in particolare del capo del governo Badoglio, che pure era un militare, del gen. Ambrosio, capo di Stato Maggiore Generale, e del capo di Stato Maggiore dell’Esercito gen. Mario Roatta) e l’imperdonabile leggerezza con cui si affronta il prevedibile momento della resa dei conti con i tedeschi, si puo capire lo sfacelo, il crollo totale dell’esercito italiano all’indomani dell’annuncio della firma dell’armistizio. Nella dissoluzione generale (al momento della prova, molti comandanti sono) lontani dai reparti, o se sono presenti non hanno ricevuto disposizioni), si verificano tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all’aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagiscono all’attacco, ma sono episodi di breve durata; i focolai di resistenza sono spenti con spietata ferocia.In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brilla il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia sceglie la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce.



Il 7 novembre 1943, nel suo rapporto a Hitler sulla situazione strategica, il capo di Stato Maggiore della Wehrmacht, gen. Jodl, riassume in cifre quanto è successo in Italia dopo l’8 settembre: parla di 51 divisioni “certamente disarmate”, di 29 divisioni “probabilmente disarmate” e di 3 divisioni “non disarmate”. I prigionieri sono stati più di mezzo milione, di cui quasi 35.000 ufficiali, il bottino in armi e materiali ingente.Non si parla di morti, di cui non si saprà mai neppure la cifra approssimativa. Un discorso a parte meritano la aeronautica e la marina italiane. Dei circa 1000 aerei teoricamente disponibili (tra bombardieri, caccia, velivoli da combattimento e da ricognizione), sono utilizzabili per varie ragioni non più della metà: dopo l’8 settembre, 246 velivoli riescono a decollare per raggiungere territori non direttamente controllati dai tedeschi. Ne giungono a destinazione 203. La più efficiente delle tre armi è sicuramente la marina, che schiera 5 corazzate, 8 incrociatori, 7 incrociatori ausiliari, 23 sommergibili, una settantina di MAS e 37 cacciatorpediniere e torpediniere. L’8 settembre questa rispettabile forza navale è cosi' dislocata: si trovano a La Spezia e a Genova, al comando dell’ammiraglio Bergamini, le corazzate Roma, Vittorio Veneto e italia (ex Littorio); gli incrociatori Eugenio di Savoia, Duca degli Abruzzi, Montecuccoli, Duca d’Aosta, Garibaldi, Regolo; due squadriglie di cacciatorpediniere. Nel porto di Taranto sono alla fonda le corazzate Doria e Duilio e gli incrociatori Cadorna, Pompeo Magno, Scipione, al comando dell’ammiraglio Da Zara.



Unità minori si trovano in Corsica, in Albania e in altri porti italiani, mentre 2 e 9 sommergibili sono, rispettivamente, a Bordeaux e Danzica. In porti giapponesi, infine, 4 sommergibili, 2 cannoniere e l’incrociatore ausiliario Calitea. All’annuncio della firma dell’armistizio a Genova e La Spezia, la prima reazione è quella di affondare le navi, ma dopo un colloquio telefonico tra l’ammiraglio Bergamini, comandante la squadra, e il capo di Stato Maggiore della marina, ammiraglio De Courten, la mattina del 9 settembre la squadra navale, secondo il suggerimento di De Courten, prende il mare alla volta dell’Isola della Maddalena, presso le coste nord-orientali della Sardegna. Nelle primissime ore del pomeriggio la squadra è in procinto di entrare nell ‘estuario del l’isola quando giunge all’ammiraglio Bergamini un messaggio urgente di Supermarina con l’ordine di invertire la rotta e di puntare in direzione di Bona, in Algeria.E' successo che in mattinata i tedeschi hanno occupato la Maddalena e predisposto un piano per impadronirsi delle unità italiane. L’ordine viene eseguito immediatamente; la squadra fa rotta in direzione delle coste africane mentre i tedeschi, svanita la possibilità di catturare le navi da guerra italiane, rendono operativo il piano per il loro affondamento.



E infatti poco dopo le 15 una formazione di Junker attacca la squadra navale dell’ammiraglio Bergamini, senza peraltro conseguire risultati concreti. Verso le 16 un altro gruppo di bombardieri DO-217 è sulle unità italiane. L’attacco questa volta ha successo, e ne fa le spese proprio l’ammiraglia, la corazzata Roma che, colpita da due bombe-razzo teleguidate alle 15,52, cola a picco in 28 minuti. Dei 1849 uomini dell’equipaggio, 1253 perdono la vita: tra questi il comandante la squadra ammiraglio Bergamini e tutto lo stato maggiore. Il comando passa all’ammiraglio Oliva, che è l’ufficiale più anziano, con insegna sull’incrociatore Eugenio di Savoia. La squadra fa rotta in direzione sud e nella mattinata del 10 settembre entra nel porto della Valletta a Malta, dove già hanno trovato rifugio le unità della flotta dislocata a Taranto e dove giungerà il giorno dopo, 11 settembre, la corazzata Giulio Cesare. Per la flotta italiana la guerra continua al fianco degli Alleati. Dal 10 giugno del 1940 l’Italia ha perduto (nel Mediterraneo) circa 3 milioni di naviglio mercantile (vale a dire più dell’80 per cento di tutta la flotta mercantile) e quasi 300 mila tonnellate di naviglio da guerra con 28.937 marinai.






 
giovedì, agosto 20, 2009
 

Elezioni in Afghanistan Il testo emendato riconosce ai mariti sciiti il «diritto al ricatto»




Kabul, la nuova legge sulla famiglia Niente cibo alle mogli disobbedienti




Accuse al presidente Karzai: ha venduto le donne in cambio di voti




Dal nostro inviato 



KABUL —
 Il diritto allo stupro coniugale (semplice ed esplicito) è scomparso, ma per i mariti sciiti dell’Afghanistan (e le loro mogli schiave) cambia poco. Con la nuova versione della legge sul diritto di famiglia riservato alla comunità sciita, circa il 20 per cento della popolazione, gli uomini dovranno solo aspettare che il «diritto al ricatto», concesso loro dalla norma, faccia il suo effetto. Sesso in cambio di cibo: prima o poi la fame convincerà anche la moglie più ritrosa.







Uno degli articoli della complessa norma dice infatti così: «È responsabilità della moglie soggiacere al ragionevole piacere sessuale del marito e non lasciare il tetto coniugale senza il suo permesso, eccezion fatta per situazioni di emergenza. Se qualunque dei doveri di qui sopra non è rispettato, la moglie è da considerare disobbediente». E le mogli «disobbedienti» perdono il diritto al mantenimento. Cioè a mangiare. E siccome non possono neppure divorziare
 o tornare dalla mamma senza il permesso del marito, l’alternativa è «soggiacere» o morire di fame.







Sarebbe questo il misero risultato dell’indignazione internazionale, delle dichiarazioni di fuoco dei governi che da otto anni regalano soldi e soldati al governo Karzai e persino di un raro corteo di femministe afghane. Tre mesi di emendamenti hanno spostato lo «stupro coniugale»
 dal letto alla tavola. Tra le al tre norme contenute nella nuova legge anche l’affidamento dei figli sopra i 9 o 12 anni ai parenti maschi più vicini e una considerazione dello stupro come problema economico e non di diritto umano: il colpevole potrà chiudere il processo versando alla famiglia della vittima (non a lei) un risarcimento commisurato alle disponibilità finanziarie del clan. La violenza sulla figlia di un ricco costerà cara, quella sulla figlia di un povero verrà via per poco.







La denuncia è stata lanciata ieri da Human Rights Watchche ha esaminato il testo sulla Gazzetta Ufficiale. Sotto accusa il presidente Hamid Karzai che ha firmato il provvedimento. Secondo Human Rights Watch, con le elezioni in arrivo giovedì prossimo, Karzai si sarebbe così garantito il pacchetto di voti dei fondamentalisti
 sciiti rappresentati dall’ayatollah Asif Mohseni, rettore dell’Università sciita di Kabul. Il potere di attrazione dell’ayatollah non deve sorprendere: la sua università è una mastodontica costruzione di marmo, la più appariscente e funzionale opera di interesse pubblico realizzata in Afghanistan dal crollo dei talebani. L’ayatollah e i suoi finanziatori iraniani con i corsi superiori gratuiti, pasti e aria condizionata per decine di migliaia di studenti, hanno fatto meglio di tanti progetti occidentali.







Ieri, venerdì di preghiera, pochi a Kabul avevano il testo sotto mano. Interpellata al telefono, ad esempio, la senatrice sciita Najida Hosseini è caduta dalle nuvole. «Non ho partecipato al riesame, ma so che sono stati introdotti 20 emendamenti. Ora la legge dovrà tornare all’esame del Parlamento. Mi stupirei nel trovarci i principi annunciati da Human Rights Watch. La norma dovrà rispettare la legge coranica, ma in un Paese musulmano e sciita come l’Iran, ad esempio, la moglie perde il
 diritto agli alimenti solo se abbandona il tetto coniugale. Non per altro».







Insoddisfatto, ma per ragioni opposte, Abdul Latif Sajjadi, uno degli ideatori della legge, vice rettore dell’Università sciita e braccio destro del potente ayatollah Mohseni. «Ero nella commissione del riesame e mi sono opposto agli emendamenti. È una vergogna che, sotto l’influenza straniera, l’età del matrimonio sia stata alzata a 16 anni per le ragazze e 18 per i ragazzi. È contro l’Islam. Quanto al 'ricatto cibo per sesso', non ci vedo niente di strano: i mariti per il Corano hanno l’obbligo
 di sfamare, vestire e proteggere le mogli. In cambio esse devono obbedire. Il letto non ha alcuna extraterritorialità».







«Queste barbarie dovevano restare un retaggio del passato talebano — grida invece Brad Adams, responsabile per l’Asia di Hrw —, non far parte del nuovo Afghanistan». Per Adams la spiegazione è tutta politica: «I diritti delle donne afghane sono violati per i giochi di potere degli uomini. Questo di Karzai è un ignobile baratto, ha venduto le donne in cambio di voti».







Andrea Nicastro



15 agosto 2009


(Corriere della sera: elezioni in Afghanistan)



 
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